02/06/2005
Guai a chi mi darà dell'Egiziano !

La Cassazione ha confermato la condanna per ingiuria nei confronti di Saverio S., operaio di una ditta piemontese che aveva - durante una lite e in segno di spregio - chiamato "marocchino" un compagno di lavoro, Abderrahim T., nativo del Maghreb. La sentenza della Cassazione afferma: "il rispetto dell'altrui persona esige che a essa ci si rivolga appropriatamente, mediante l'uso del nome o del cognome: cosa che era di certo possibile, nel caso in questione, dato che la parte lesa era inserita nella realtà operativa della ditta [...] Sostantivare l'aggettivo che riflette la provenienza etnica di una persona e apostrofare quest'ultima in tal modo, con evidente scherno e dileggio, costituisce ingiuria, che si connota, per giunta, di chiaro intento di discriminazione razziale, rendendo così più riprovevole la condotta offensiva". Ebbene...da una parte si dovrebbe piangere per aver "scoperto" che, al giorno d'oggi e per di più per legge, "marocchino" è un'insulto. Dall'altra non si può che applaudire l'operato sincero ed onesto dei giudici che, lontani da ogni ipocrisia, hanno preso atto di un comportamento e di una moda davvero ingiuriosa in voga da alcuni anni ormai: quella dei media e di persone che, con costante frequenza e con chiari intenti dispregiativi, sono riusciti a trasformare innocui aggettivi tipo "marocchino" (originario del Maghreb), "albanese" (originario dell'Albania), "immigrato" (anche gli italiani lo sono stati), "extracomunitario" (anche gli Americani lo sono) e ultimo della fila "musulmano" (darne la definizione, di questi tempi, sarebbe superfluo), in insulti. Anzi...prima o poi, se non l'ha già fatto, lo confermerà anche la Zanichelli.
Inutile arrampicarsi sugli specchi e paragonare il dare del "marocchino" a qualcuno con il dare del "piemontese" ad un altro. Difficilmente nei titoli cubitali dei giornali apparirebbe qualcosa del tipo "Piemontese violenta nonnina di 79 anni" (è successo qualche giorno fa, ma non mi ricordo se era piemontese o meno, proprio perché non era specificato nel titolo cubitale, che poi tanto cubitale non era. Italiano però lo era di sicuro). Se fosse invece un marocchino, non solo il titolo sarebbe stato cubitale con un bel grassetto sull'origine etnica, ma ne avrebbero parlato per giorni e giorni, dedicando pagine e pagine al caso, alle interviste, alle analisi sui musulmani depravati sessualmente. Ma non è successo. Inutile inoltre appellarsi ai "Terrone" e "Polentone" di vecchia (e neanche tanto) memoria, non solo perché proprio ultimamente una studentessa ha scritto ad un giornale e fatto causa per essere stata qualificata, nell' ambiente universitario, con quell'epiteto (oltre la grande "T" disegnata sulla schiena in mezzo all'ilarità generale), ottenendo tempestivamente scuse e, pare, un risarcimento, ma perché addurre come scusa l'uso di questi epiteti non fa che aggravvare la situazione. Più che una scusante, a me sembra un cosa di cui ci si dovrebbe vergognare e non sono pochi infatti gli italiani, del nord o del sud, che non ne gradiscono l'utilizzo.
Ora, se alcuni italiani riescono ancora a giustificare, con una punta di soddisfazione e di velato razzismo "regionale", tali comportamenti nei confronti dei propri concittadini e dei propri correligionari, pazienza. Abderrahim T. ha dimostrato invece che i nuovi arrivati non gradiscono quest'ennesimo comportamento incivile in una società multietnica che affronta già di per sé non pochi ostacoli (Lega Nord in primis). Non ho ancora visto un proprietario richiamare l'attenzione del proprio cane dandogli del Bulldog: molto più probabilmente userebbe un elegante e melodioso "Whisky". Se gli animali domestici hanno la dignità di un nome o quanto meno di un nomignolo, non vedo perché non la dovrebbe avere un immigrato in un clima in cui, e non è un mistero, alcuni partiti coadiuvati da una stampa e una Tv criminosa sono riusciti a trasformare "marocchino" in spacciatore, "albanese" in scassinatore e "musulmano" in terrorista. Il comportamento del tal Saverio, avvenuto in un contesto tutt'altro che amichevole e scherzoso (dato che è stato condannato anche per il reato di lesioni) dimostra che il suo intento verbale era decisamente offensivo.
Sono egiziano e sono orgoglioso di esserlo. Ho, piaccia o meno, un debito con il mio paese per ciò che mi ha donato, ma questo non pregiudica il mio rapporto e la mia fedeltà allo stato in cui vivo ora e tanto meno le critiche al mio paese d'origine. Non ho problemi se qualcuno mi dovesse dare - in futuro - dell' Egiziano, o del cittadino "di origine egiziana", a patto che ciò avvenga in un contesto adatto e civile, perché è la verità. Non sono quindi tenuto a rinnegare con ogni mezzo possibile, fino a toccare il limite del ridicolo, le mie origini per piacere qualcuno o per dimostrare la mia totale integrazione: sarebbe falso, ipocrita e ingrato. Uno può integrarsi perfettamente in uno stato ospitante, senza per questo rinnegare totalmente, o - peggio ancora - infangare le proprie origini in nome di una presunta integrazione, ancor di più se con fini palesemente strumentali e/o propagandistici. Questo senso di appartenenza è un valore aggiunto che l'immigrato deve estendere al paese ospitante, ma non per questo lo deve negare a quello in cui è originariamente nato. E' come avere la doppia cittadinanza: si è cittadini di entrambi i paesi, senza che ci sia contraddizione fra le due identità. Questo valore però non dà il diritto a nessuno di usare l'origine come insulto (tanto non si offende, visto che è davvero egiziano), per sottolineare una presunta estraneità allo stato in cui l'immigrato vive, o peggio ancora, come rimarcare una presunta "inferiorità" (economica, culturale o altro), bensì come elemento di arricchimento culturale e sociale di cui andare, appunto, orgogliosi. E non sono gli egiziani, i marocchini o gli albanesi in generale a doversi scusare per il comportamento di alcuni loro connazionali, terroristi o scassinatori che siano, per il principio della responsabilità oggettiva e perché i criminali esistono in tutte le società. La sentenza della Cassazione apre quindi nuove prospettive e merita tutta la nostra attenzione. Non faccio mistero del mio pieno appoggio a ogni ricorso da parte della comunità immigrata, musulmana o meno che sia, alla Legge per veder tutelati i propri diritti. E' la dimostrazione che anche i musulmani o gli immigrati, più in generale, si riconoscono nello stato di diritto e nel confronto civile e democratico dello stato che li ospita. E, cosa ancora più importante, che hanno, ancora e nonostante i Montingelli di varia specie, fiducia nell'imparzialità dei giudici e nella correttezza della giustizia italiana.
01/06/2005
La Fallaci vista da Fini

Il nuovo Mein Kampf
Oriana Fallaci, su denuncia di Adel Smith, è stata rinviata a giudizio per "vilipendio della religione islamica" in relazione a quanto da lei scritto ne "La Rabbia e l'Orgoglio" e nei suoi ultimi scritti. Ma New York, dove ora vive in "esilio volontario" come le piace dire, la Fallaci ha dichiarato: "Storpiare il pensiero di una persona, piluccare una parola qui e una là, cucire il tutto con puntolini, è illegittimo. Illecito. Illegale. Criminoso. Contrario a ogni decenza morale e intellettuale. Vergogna!". In
difesa della Fallaci sono scesi in campo vari organi di informazione, e, da
Libero al Corriere della Sera, da Vittorio Feltri a Pierluigi Battista il quale ha scritto che "i principi valgono anche per chi la pensa diversamente" e che i reati di opinione non dovrebbero esistere in una democrazia. Giustissimo. Peccato che la Fallaci sia l'ultima a doversene e potersene lamentare visto che ha alluvionato i Tribunali italiani di querele e di azioni civili di danno contro chiunque abbia espresso sui suoi scritti e sulla sua persona opinioni che non corrispondono all'ipertrofica immagine che la signorina si è fatta su se stessa. Secondo la Fallaci e i suoi sostenitori lei può dire ciò che vuole, gli altri no, il che non mi sembra corrispondere a quell'affermazione di Pierluigi Battista secondo la quale i principi sono tali se valgono per tutti. La Fallaci sembra correre su un binario schizofrenico. Si rifiuta sdegnosamente di accordare la sua preziosa presenza in un processo in cui è imputata.
Già questo negli Stati Uniti in cui si è "esiliata" costituirebbe il reato di "vilipendio della Corte", ma si nega ai Tribunali anche quando è lei la querelante e la denunciante, com'è successo nell'azione civile di danno che ha intentato contro di me per un ritratto, "Cara, prepotente Oriana, così non ti riconosco più" (Quotidiano Nazionale, 15/4/2002) che le avevo dedicato all'indomani dell'uscita de "La Rabbia e l'Orgoglio", un ritratto nient'affatto negativo, soprattutto per quello che riguarda il passato di questa grande giornalista, ma in cui, se non volevo fare della semplice agiografia, non potevo certo nascondere - io che l'ho conosciuta da vicino negli anni in cui lavoravamo insieme all'Europeo - i lati negativi del suo carattere, l'egocentrismo e la prepotenza spinta di là di ogni limite, soprattutto nei confronti dei subordinati e dei più deboli. Quando il
giudice di Bologna, anzi la giudice, una bella signora bionda, ha chiesto agli avvocati della Fallaci se la signora sarebbe venuta al processo da lei
stessa innescato, costoro hanno risposto, quasi con scherzo: "Ma si figuri se la signora Fallaci ha tempo da perdere per venire qui, in Tribunale", al che la giudice ha fatto una strana faccia in cui si leggeva questo pensiero: "Ma come, tu fai causa, impegni Tribunali, giudici, tempo, energie, soldi (che sono poi, come sempre, i soldi del contribuente, ndr), testimoni della difesa ormai più che ottantenni costretti a venire, per dovere di verità, da lontano, e poi non ti degni nemmeno di essere presente?".
I reati di opinione non dovrebbero avere diritto di cittadinanza in una democrazia. Però è anche l'ora di smetterla di fingere che siano un esclusivo retaggio del Codice fascista di Alfredo Rocco. Pochi anni fa è stata emanata la cosiddetta "legge Mancino" che punisce "qualsiasi forma di xenofobia, di antisemitismo, di incitamento all'odio razziale" e anche chi osi fare del revisionismo storico sull'Olocausto. Sulla base di questa legge molti esponenti di forze dell'estrema destra sono stati inquisiti e condannati. Sono fattispecie liberticide, ma finché esistono non si vede perché mai solo la signora Fallaci dovrebbe usufruire di uno speciale salvacondotto. Per riprendere Battista: o valgono per tutti o non valgono per nessuno. Perché non c'è dubbio che gli ultimi scritti di Oriana Fallaci siano xenofobi, razzisti e incitino all'odio contro i musulmani.
Fin qui il discorso sul piano giuridico dove, come ho detto, i reati di opinione dovrebbero essere aboliti per tutti e non solo per Oriana Fallaci. Su quello politico noto però che fra i più strenui difensori della scrittrice de "La Rabbia e l'Orgoglio" c'è Giuliano Ferrara. Il direttore de "Il Foglio" è talmente obnubilato dal suo neoconservatorismo neocon da non rendersi conto che sponsorizzando il becero razzismo antislamico di Oriana Fallaci si apre la strada anche ad ogni altra forma di razzismo e quindi, prima o poi, anche a un rigurgito antisemita contro il quale si avranno ben pochi argomenti per contrastarlo se si è prima avallato il razzismo antislamico.
Massimo Fini
Non sono d'accordo con Fini nel definire la legge Mancino una legge liberticida. Per il resto, condivido in toto.